Home / Il Brexit, cos’è e come impatterà sul Forex
brexit

Il Brexit, cos’è e come impatterà sul Forex

Il futuro della Gran Bretagna sarà deciso dal risultato del Brexit, il referendum col quale il prossimo 23 giugno gli elettori britannici voteranno per decidere se vogliono uscire dall’Unione Europea (UE).

Anche se, David Cameron sostiene che l’accordo con i leader europei darebbe al Regno Unito “il meglio dei due mondi“, il paese rimane impantanato su dichiarazioni e contro controdichiarazioni riguardo a costi e benefici dell’eventuale abbandono della UE. La domanda più importante che gli investitori si pongono è, “come l’uscita della Gran Bretagna (definito come Brexit) potrà impattare sui miei investimenti?”. E’ scontato che, qualunque potrà essere il risultato, sarà meglio essere preparati in entrambe i casi.

Perché la possibilità di Brexit non è poi così remota

David Cameron è salito al potere nel 2015 promettendo un referendum sull’adesione all’UE. Questa è stata una tattica per alleviare la grande pressione da parte dell’UK Independence Party, a favore dell’uscita, e dagli euroscettici presenti nelle file del suo stesso partito. Così, quando il partito conservatore ha ottenuto la maggioranza assoluta nelle elezioni 2015, il referendum è diventato inevitabile. A parte la ragione politica, i sostenitori dell’uscita della Gran Bretagna citano a sostegno della loro scelta anche altre problematiche, come la perdita di posti di lavoro per colpa dell’immigrazione, l’impatto sul commercio a causa della eccessiva burocrazia dell’UE, 13 miliardi di sterline versati a Bruxelles quale costo di adesione all’UE, e la mancanza di libertà per i paesi membri di definire le proprie politiche economiche. Si potrebbe pensare, di aver già visto questa situazione recentemente nel caso della Grecia con il Grexit, da cui è derivato il termine Brexit. Ma davvero la Gran Bretagna deciderà di chiudere l’esperienza UE dopo 37 anni di partecipazione?

Quali sono le probabilità che il Brexit si realizzi davvero?

Dando uno sguardo al sondaggio realizzato dal Financial Times, notiamo che il 42% dei votanti si è mostrato a favore del Brexit, il 44% contrario ed il restante 14% indeciso. Si tratta di una visione che si basa su tutti i sondaggi condotti finora dalle varie agenzie come YouGov, ICM, TNS, ORB, e altre, con i risultati dei singoli sondaggi che variano per entrambi gli schieramenti. Tuttavia, va ricordato che il sistema dei sondaggi non è infallibile come dimostrato anche recentemente dai risultati elettorali UK del 2015. Un indicatore in grado di fornire risultati più precisi si è rivelato quello basato sulle quote scommesse che è riuscito a prevedere esattamente i risultati elettorali e quelli del referendum scozzese. In questo momento i sondaggi propendono per il “NO” e le migliori quote disponibili danno 1,40 per la permanenza, mentre l’uscita è quotata a 2,90.

Cosa potrebbe accadere se la Gran Bretagna uscisse dall’EU?

Ci sono molte teorie e valutazioni circa l’impatto che potrebbe avere l’uscita del Regno Unito dalla UE ma tutte hanno in comune l’elemento “incertezza”. Il grande dibattito che si è aperto, vede gli esperti schierati sui due fronti opposti: quello a favore da un lato e quello contro l’uscita dall’altro. I punti caldi del contendere possono condensarsi in cinque valutazioni.

1. Il Commercio

La Gran Bretagna ha una quota di scambi molto forte con la UE. Infatti le statistiche ufficiali del commercio indicano che il 63% delle merci esportate dalla Gran Bretagna sono legate all’adesione all’UE. Non si può escludere che questo tipo di relazioni commerciali non potranno essere ostacolate nel caso di Brexit. Tuttavia, i sostenitori del Brexit non escludono a priori la possibilità di raggiungere un accordo commerciale favorevole con l’UE anche in caso di uscita, con beneficio per entrambe le parti. Inoltre, la separazione consentirebbe alla Gran Bretagna di mediare le proprie offerte con i Paesi extra-UE. E’ scontato che questi paesi preferiranno avere a che fare con il processo decisionale più semplice e veloce offerto da uno stato svincolato, rispetto a quello assoggettato alla pesante burocrazia dell’EU.

2. I costi di appartenenza

Nel 2015, potersi fregiare dell’appartenenza alla UE è costato alla Gran Bretagna circa 9 miliardi di sterline, una somma pari a circa il 0,5% del PIL del paese.
Tuttavia, come riportato nella relazione della Confederation of British Industry, il beneficio economico diretto netto derivante da questa appartenenza, è stato calcolato essere compreso tra 62 e 78 miliardi di sterline all’anno. Ma un’analisi più dettagliata dei dati, come quella eseguita da Tim Congdon, un euroscettico membro del UK’s Treasury Panel nel periodo 1993-1997, mostra cifre completamente diverse. Infatti, se nel calcolo vengono considerati anche i costi indiretti – come la perdita di posti di lavoro a causa di immigrazione, la regolamentazione e l’allocazione delle risorse – il costo totale si impenna fino a toccare l’11% del PIL. Cifre da capogiro che continuano a tenere accesso il dibattito.

3. I Regolamenti

Uno degli argomenti più gettonati dai sostenitori dell’uscita, riguarda il pantano della burocrazia che regna nella UE. Ogni volta che occorre prendere una decisione si aprono lunghe trattative, riunioni, si creano commissioni ad hoc per sviluppare processi complessi e lunghi.
Da uno studio realizzato da Open Europe, è emerso che i primi 100 regolamenti UE costano alla Gran Bretagna ben 33 miliardi di sterline l’anno. Tuttavia, queste norme non svanirebbero anche nel caso di uscita dalla comunità. Similarmente al modello norvegese, i regolamenti resterebbero in vigore per qualsiasi accordo commerciale con l’UE. Open Europe ha stimato che il 94% di tali costi saranno quindi comunque mantenuti.

4. Immigrazione

L’immigrazione iniziale verso l’UE, e quella successiva verso la Gran Bretagna, come meta finale, è un altro argomento dibattuto dai fan dell’uscita. Essi sostengono l’incapacità di gestire l’aumento significativo dell’immigrazione da parte dell’UE, causato principalmente dall’espansione dell’unione da 15 a 27 paesi. I lavoratori che provengono da paesi con salari bassi come Romania e Slovacchia, vedono nel Regno Unito la destinazione finale per la ricerca di lavori meglio pagati. Tutto ciò ha causato perdite di posti di lavoro per i cittadini del Regno Unito e un aumento dei costi del welfare per il governo. I sostenitori del fronte contro l’uscita sostengono che l’immigrazione è attualmente presente in entrambe le direzioni intendendo che se è vero come è vero che 2,4 milioni di cittadini europei si sono spostati nel Regno Unito, è anche reale il numero stimato di 2,2 milioni che si sono spostati dal Regno Unito verso altri paesi dell’UE. Inoltre, contestando le accuse circa l’aumento del costo del welfare, sottolineano che il tasso di disoccupazione degli immigrati comunitari risulta inferiore alla media.

5. Investimenti

Il Regno Unito è uno dei maggiori destinatari di investimenti diretti dell’UE. Ciò è dovuto alle multinazionali che stabiliscono la loro base nel Paese, per ottenere un ‘passaporto per l’Europa’. Qualora la Gran Bretagna decidesse di lasciare l’UE, queste società potrebbero prendere in considerazione l’opportunità di trasferirsi. In realtà, la Deutsche Bank ha recentemente affermato che avrebbe preso in considerazione lo spostamento di una parte delle sue attività dal Regno Unito alla Germania se si verificasse il Brexit. Tuttavia, appare scontato che, una volta allontanatosi dal pantano di regolamenti della UE, il Regno Unito potrà esprimere tutta la sua aggressività imponendo, ad esempio, una tassazione ridotta per le imprese, concedendo incentivi, e realizzando un migliore ambiente in cui fare business. A tale riguardo, il CEO di Vanguard ha confermato l’intenzione della sua società di continuare ad investire in Gran Bretagna anche nel caso di Brexit.

Tre possibili modalità per uscire dall’EU

Immaginare cosa potrebbe comportare il Brexit per il Regno Unito continua dunque ad essere oggetto di forti discussioni tanto tra persone comuni quanto tra studiosi ed esperti di economia. Secondo questi ultimi, l’uscita dall’UE, potrebbe avvenire in tre distinte modalità, ognuna delle quali produrrebbe effetti diversi sul paese.

1. Uscita secca

Questa scelta produrrebbe un 2,2% di PIL in meno da oggi al 2030. Per l’economia britannica si tratterebbe di sopportare un costo di 78 miliardi di euro/anno per i prossimi dieci anni.

2. Uscita con negoziati sui trattati di libero scambio

Probabilmente, questo potrebbe essere il contesto più credibile. Con questa opzione, la Gran Bretagna manterrebbe comunque alcuni dei vantaggi connessi al mercato unico, pur continuando a rispettare alcuni regolamenti europei. Il PIL potrebbe subire una flessione dello 0,6% oppure potrebbe crescere dello 0,8% a seconda delle condizioni dell’accordo. Ricordiamo che l’UK non sarebbe il primo Paese ad optare per questa soluzione, avendolo già sottoscritto Norvegia e Svizzera.

3. Uscita con negoziati commerciali con il resto del mondo

In questo caso, negoziando accordi con i paesi asiatici, il Regno Unito potrebbe ottenere una crescita del proprio PIL dell’1,6% da oggi al 2030. In cambio però sarebbe tenuto a liberalizzare la propria economia, costringendo aziende e lavoratori ad affrontare la concorrenza di Paesi caratterizzati da bassi costi del lavoro.

Da non trascurare l’attenzione che viene posta sulle probabili ricadute che l’uscita dall’Ue potrebbe comportare per i Paesi dell’Unione. Naturalmente, quelli più a rischio sono gli Stati che hanno un export maggiore verso il Regno Unito e cioè: Irlanda dove si prevede un calo del 2,7% del PIL pro capite, e poi Belgio, Malta, Cipro, Olanda e Lussemburgo. Ci sono poi altri Stati, con importanti legami con il sistema bancario inglese che dovranno confrontarsi con la nuova situazione; tra questi in primis, Francia e Germania con un calo previsto di PIL dello 0,3% oltre alla Spagna.

Cosa significherà il Brexit per gli investimenti

Quando il primo ministro Cameron ha annunciato la data del referendum, i mercati mondiali si sono spaventati. Secondo Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’affari al mondo, il mercato azionario potrebbe scendere del 30%, impattando a sua volta sugli investimenti dei fondi pensione e degli ISA’s (Individual Savings Account). Da parte sua, David Coombs, responsabile degli investimenti multi-asset presso Rathbones Unit Trust Managers, ha dichiarato “Brexit rappresenta il più grande macro rischio che interessa la nostra strategia. Questo evento è più importante di un picco del prezzo del petrolio o di un aumento dei tassi di interesse degli Stati Uniti. Il motivo per cui è così importante è che, pur se il Brexit è una questione che riguarda unicamente il Regno Unito, il rischio di contagio è alto. Qualora la Gran Bretagna si separasse dall’UE, Polacchi ed Olandesi potrebbero seguirla. Una società americana, cinese o indiana intenzionata ad insediare il suo nuovo impianto, non sceglierebbe mai una destinazione inglese, non sapendo se il Regno Unito resterà dentro o fuori dell’Europa? Questo comporta anche che gli investimenti diretti esteri (IDE) resterebbero in pausa, mentre si attende di vedere l’esito del referendum.”

Una visione negativa sulla prospettiva della Gran Bretagna che esce dalla UE è quella che hanno anche le agenzie di credito, secondo le quali un downgrade del debito UK, potrebbe spingere il costo del debito pubblico verso l’alto in un momento in cui i tassi di interesse sono in aumento. In realtà, S & P ha rivisto la prospettiva del credito a lungo termine del Regno Unito portandola da “stabile” a “negativo”. Secondo la società privata di ricerche ed analisi finanziarie, il referendum espone le politiche economiche del Regno Unito alla politica di partito. Inoltre, il Brexit mette a rischio la crescita delle esportazioni del Regno Unito e dei servizi finanziari.

In un clima di incertezze, un aspetto è condiviso da tutti gli analisti e cioè che i mercati del Regno Unito saranno esposti ad un aumento della volatilità nel periodo precedente il referendum. Questa volatilità potrebbe estendersi per ulteriori 10 anni nel processo di uscita del Regno Unito dell’UE. In tal caso, per evitare il “rischio paese”, gli investitori farebbero bene a diversificare gli investimenti sui mercati internazionali. Inoltre, sarebbe prudente scegliere investimenti a lungo termine rivelandosi spesso controproducente apportare costantemente modifiche per eventi a breve termine.

Cosa significherà il Brexit per chi opera nel Forex

Quel che è certo è che le prossime settimane non saranno facili per la sterlina. Si stima che nel confronto con le sue controparti, la divisa inglese potrebbe accusare perdite anche notevoli, in particolare contro l’euro (cambio euro/sterlina) e contro il dollaro americano (cambio sterlina/dollaro).

Gli operatori in Forex dovranno dunque tenere in massima considerazione queste due previsioni per evitare di mettere a rischio i loro trade legati a tali valute. Il rialzo dei tassi di interessi deciso dalla FED lo scorso dicembre, rende ancora più probabile il rischio. Ricordiamo anche che, storicamente, situazioni rischiose di tale entità provocano effetti negativi sulla valuta. Pertanto è opportuno seguire costantemente il trend delle coppie di valute interessate EUR/GBP e GBP/USD.